Un quarto, al quale tutto va bene, vedendo che gli altri (che egli potrebbe benissimo aiutare) si dibattono fra gravi difficoltà, ragiona così: “Che me ne importa? L’altro sia felice quanto piace al Cielo o quanto può esserlo da solo; io non lo priverò di nulla, anzi neppure lo invidierò; ma non intendo dare alcun contributo al suo benessere e soccorrerlo nel bisogno”. Ora, se questo modo di vedere divenisse una legge universale di natura, il genere umano potrebbe senz’altro continuare ad esistere e certamente in condizioni migliori di quelle in cui tutti vanno cianciando di simpatia e benevolenza o magari affaccendandosi per metterle in pratica in certi casi, ma anche, appena possono, ingannando, e intrallazzando ai danni di terzi e cercando di recar loro ogni sorta di danno.
Poi va be, Kant usa queste parole per affermare il contrario, ma io preferisco fermare qui la citazione.
Perché, anche se non ci crederete, è così che ragiono ora.
Ragazzi, ultimamente sto postando sempre meno! Un po’ è per via della scuola che mi sta stressando davvero tanto (per fortuna lunedì siamo già all’ultimissima verifica!), un po’ è perché i miei pensieri negli ultimi tempi sono stati abbastanza tetri (non che io non vi abbia già assillato in passato con le mie seghe mentali, ma questa volta è meglio di no).
La scuola è stressante, è vero: c’è da stare al passo con i compiti, lo studio (se io riesco a malapena a leggere il libro la sera prima della verifica non so come farò ad abituarmi a studiare a partire da mesi prima per gli esami universitari!!), i rapporti con i compagni e con le insegnanti…un vero casino.
(Devo ammettere che tutto ciò mi riesce comunque piuttosto bene, tanto che lunedì sera mi premiano per l’eccellenza! No, in realtà ne farei volentieri a meno di andare a prendere il mio premio davanti a un salone pieno di gente…)
Però mi mancherà un sacco la scuola quest’estate. (Daiii non ridete!! Mi hanno già riso in faccia abbastanza i miei compagni! ) Soprattutto perché so come sarà per me l’estate. Non so cosa mi succederà, ci potranno essere milioni di imprevisti, sì, ma fondamentalmente andrà a finire che: io me ne starò in casa per gran parte del tempo (causa caldo e causa busto cigolante che mi vergogno ad andare in giro), mangerò gelati, starò al computer e vedrò ben poche persone oltre alla mia famiglia, i cui componenti passeranno le giornate a sbraitare tra di loro e addosso a me. Insomma perderò il contatto con la realtà. Mi annoierò un casino. Mi piangerò addosso. Impazzirò.
Un incubo.
O forse mi mancherebbe lo stesso la scuola.
Se poi penso che l’anno prossimo sono in quinta… Cioè, dopo la quinta si è grandi, non ti puoi più nascondere dietro un dito, sei allo sbaraglio, nel mondo per davvero. Sono pronta?
Ed ecco perché la nostalgia precoce. Ho già nostalgia della scuola a due settimane dalla fine.
…Traduco i pensieri di chi è arrivato a leggere fino a qui: CAZZO MA RIPIGLIATIIIIIIII!!! [Lo so, lo so...]
“Di che parla?” “Di adolescenza. Di amore. Di vita. E di morte.”
Credo sia la miglior mini-recensione che mi sia mai venuta.
Ecco…non voglio spiegare esattamente di cosa parla questo libro. Voglio solo farvi capire come mi sentivo durante la lettura, così vi ricopio quasi integralmente quello che ho scritto nel mio diario durante le brevi pause che ho fatto nelle sole quattro ore che ci ho impiegato a leggere.
ore 9.25
Sto leggendo il libro che ci ha consigliato il prof di religione. L’ho iniziato stanotte perché non avevo voglia di dormire, e ora non riesco più a smettere: sono già a pagina 148, e non ho intenzione di mollare la presa.
…Mi sta venendo voglia di fare questo nella vita: aiutare la gente. Come prof di filo o come non so che, ma AIUTARE. Però prima…dovrei aiutare me stessa. O meglio, LASCIARMI aiutare. Anche se… “Perché voglio che qualcuno mi lanci un salvagente, ma poi non faccio niente per afferrarlo?“
ore 11.00
Questo libro ha il sapore di una canzone, di quelle che ascolti a basso volume nella calma, e sono piene di speranza e malinconia allo stesso tempo, e automaticamente ti sembra di essere su un treno a guardare il mondo scorrere fuori dal finestrino.
E sono canzoni d’amore, un po’, perché è l’amore quello che dà vita, e il BISOGNO d’amore, anche se quando si è incazzati non si riesce a capirlo.
Well, hell is close, and heaven’s out of reach. I ain’t givin’ up quite yet, I’ve got too much to lose.
È passare dall’emozione alla pratica che sarà una fregatura.
ore 11.55
Ci sono momenti in cui un libro, come una canzone, ti prende proprio quando sei più fragile e instabile: è allora che inizi a piangere. Fosse una lacrimuccia solitaria o una pioggia di lacrime, hai trovato la valvola, e l’hai aperta.
E…vorresti cambiare tutto il tuo modo di vedere e vivere la vita fin da SUBITO. Ma non è facile.
Adesso vorrei stare da sola, e non potere mi infastidisce…
ore 12.00
Ecco, quello che mi preoccupa è che libri come questo mi fanno l’effetto sbagliato: vorrei eclissarmi in una storia altrui, perché soffrire in prima persona fa davvero male, e mi viene quasi da odiare la realtà per non essere quella che ho conosciuto tra quelle pagine bianche ricoperte di parole.
ore 13.00
Ci sono anche lacrime che bagnano un istante che sembra un nuovo inizio, un impulso che nasce da non si sa bene dove e ridona luce agli occhi.
Sono lacrime un po’ dolci un po’ amare.
Argh, non ho studiato. Poco male, non le considero sprecate queste quattro ore.
Va be, che adoro la filosofia ormai mi sembra abbastanza evidente. Chi non l’ha capito probabilmente ogni volta che legge questo blog è pesantemente ubriaco.
Comunque.
Il fatto è…che…insomma, come spiegare…io non voglio che mi piaccia la filosofia. Cioè cazzo, non voglio!
Mi crea soltanto delle inquietudini, che però non riesco a chiamare inutili, perché so in qualche modo che non sono inutili.
Però…ecco, diciamo che non è molto bello che ogni filosofo che studio abbia il potere di modificare il mio umore e le mie scelte.
Prendiamo Berkeley. In realtà a scuola non lo facciamo, ma nel libro che sto leggendo, “Il mondo di Sofia”, mi sembra proprio di aver intuito che ha un ruolo fondamentale. Insomma, sto qua sostiene che tutto ciò che esiste esiste solo nel momento in cui lo percepiamo. Come dire, io ora vedo un albero e appena giro l’angolo probabilmente non esiste più. Esse est percipi.
Oppure Hume. Di lui mi ha colpito il suo ragionamento riguardo i rapporti di causa-effetto. In pratica lui dice che i rapporti di causa-effetto sono una cazzata assoluta, non esistono! E allora perché noi li percepiamo in modo così evidente? Perché se facciamo rotolare una palla da biliardo verso l’altra ci sentiamo così sicuri che si scontreranno e che anche l’altra comincerà a rotolare? Il problema è la nostra abitudine. Siccome noi abbiamo l’esperienza che inpassato a un fatto A è seguito nel tempo un fatto B riteniamo che succederà così sempre. E perché invece non potrebbe succedere che le due palline scontrandosi rimangano immobili? Perché?? La verità è che l’uomo sente il bisogno di trovare nel mondo quella costanza e quella regolarità che forse dopo tutto non ha, ne sente il bisogno per una sua sicurezza, per sapere che può dominare la realtà, che può fare dei progetti senza che essi vengano spazzati via miseramente da una pura casualità. Ma la mente non è onnipotente.
Oddioooooo basta non ci voglio più pensareeeeee
Lo so, è ovvio, chi ha seguito il filo del mio “discorso” sicuramente mi ha presa per pazza. Be, se questo post non è contestualizzato queste persone non hanno tutti i torti.
Ma boh, è un periodo che ogni minima cosa mi crea una catena di pensieri infinita.
Avete presente quella profezia dei Maya, del 21 dicembre 2012? No, be, io non ci ho mai creduto, ma proprio neanche da lontano.
Però ultimamente ci sono un po’ troppo disastri per i miei gusti. Terremoti di qua, terremoti di là, l’asse terrestre spostato, cambiamenti climatici, e chi più ne ha più ne metta.
La situazione del mondo è sempre più delicata, a tutti i livelli – naturale, politico, umano, … .
Ci sono tutti i sintomi dell’avvicinarsi di una catastrofe. O della cosiddetta “fine del mondo”. Che poi cosa vuol dire “fine del mondo”? Io posso immaginare un terremoto, l’eruzione di un vulcano, un black out mondiale, o anche tutto insieme se volete. Ma la fine del mondo che cos’è? Mi sembra una cosa…come dire…troppo mitologica.
C’è una cosa, tra le altre, che mi fa stare veramente male male male.
E’ che mio fratello è uno sfigato.
Allora. Pensate a una persona che a voi viene spontaneo definire “uno sfigato”. Ecco, adesso state visualizzando qualcosa tipo mio fratello.
Lui ha appena fatto i 15 anni. E ha appena cominciato le superiori. E dal nido famigliare in cui è sempre stato sprofondato fino al collo si è ritrovato catapultato in un mondo che non sapeva nemmeno esistesse, un mondo dove ti devi per forza mettere in competizione con i tuoi coetanei per la ragazza più figa, la squadra di calcio più forte o il cazzo più lungo.
Lui non è così. Lui è…molto più…diciamo, “femminile”, nel senso che lui ha dei gusti mooolto tranquilli, a lui non piace lo sport (tantomeno ha mai visto una partita di calcio se non quella del 9 luglio 2006), lui ascolta le canzoni dei filmetti di Disney Channel, lui è cicciotto, lui non fa il coglione a scuola (ha preso 10 in condotta!), lui non si mette in gioco, lui… Lui non è come gli altri.
Ma lui sta a guardare gli altri vivere e divertirsi ed essere stimati da tutti e anche lui li guarda e li ammira, e se ne sta lì con il suo sorriso da ebete che fa finta che vada tutto bene, ma non va tutto bene. Se no perché l’altro giorno dai suoi occhi si vedeva chiaramente che aveva pianto?
Non ha praticamente nessun amico, che io sappia. L’unico amico di cui ero sicura l’altro giorno gli ha dato buca, il giorno del suo compleanno, l’ha fatto andare al cinema da solo perché si era preso un impegno dell’ultimo minuto (ovvero un pomeriggio al Laser Game con altri amici). E quando succedono cose del genere io mi sento stringere il cuore come non mai, per me, per lui, per i miei genitori, per mia mamma che sta rivivendo l’adolescenza di suo fratello (mio zio, che allora aveva solo uno o due amici e che se ne stava sempre da solo e che al momento, ormai anche lui più vicino ai 40 che ai 35, vive ancora da solo come un cane, esce solo per andare al lavoro se no si barrica in casa, tra computer, letto e Play Station).
Lui non ce ne parla. Non ce ne parlerà mai. E anch’io non mi arrischio a introdurre l’argomento, sia perché so per esperienza che forse peggiorerei il suo stato d’animo, sia perché sinceramente non ho la più pallida idea di che cosa dirgli.
Anch’io ho provato ad essere nella sua situazione, quando tutti ti ignorano e non hai uno straccio di amico e ti rendi conto che non ti piace uscire e che non ti piacciono le feste e che te ne stai bene (e neanche poi così tanto bene) nella tua casetta tra le tue cosine. Ma per me è comunque sempre stato più facile: un po’ perché sono una ragazza, e le ragazze si sparlano dietro un sacco ma sono molto meno competitive, ed è anche più facile trovarne di tranquille; un po’ perché io almeno fino alla terza media sono stata una ragazzina come tante, senza sentirmi esclusa o diversa – poi non lo so cos’è successo. E io ora ho poche amiche vere, forse neanche poche, non mi piace la gente, sono strana, penso a cose che, se qualcuno mi sentisse, quel qualcuno (soprattutto se della mia età) mi direbbe “Ma lassa leeeeee!” e mi prenderebbe per pazza. Ma ormai mi sono fatta una ragione di tutto questo: se vado in giro da sola è per mia scelta, se un giorno a scuola non parlo con nessuno è per mia scelta. Io guardo e mi faccio le mie idee, senza doverne necessariamente parlare a qualcuno, tanto ho il mio diario per scriverle. Non sto molto bene a vivere così, ma tutto sommato ci vivo tranquillamente. Non sempre ho bisogno di qualcun altro.
Ma lui non è così. Lui non ha la maturità sufficiente per dire di avere un’indipendenza. Lui semplicemente vorrebbe essere come gli altri, ed avere degli amici, ma è diverso, e probabilmente non capisce neanche il perché, non capisce perché alcuni vengono considerati sempre e altri mai, e come fanno gli altri ad avere l’attenzione su di sé. Lui quello vede.
E non posso dargli consigli. Quante volte mi hanno detto che l’unico modo per risolvere i miei problemi era cambiare… Non posso dirgli di cambiare. Sentirsi dire “Se non cambi non vai bene” è un’atrocità, anche questo lo so per esperienza. E allora cosa devo dirgli? Quello è il suo carattere, quello è il suo modo di fare, e non cambierà. E’ vero che ha solo 15 anni, ma le attitudini rimangono nel tempo, non c’entra niente la maturazione e mica la maturazione, lui è fatto così. Punto. Non c’è niente che tenga davanti a una situazione così.
Mi fa veramente malissimo sta storia.
La mia canzone preferita del momento. E anche la più triste in assoluto. In pratica, perfetta per questo post.
Scivoli di nuovo e ancora
Come se
Non aspettassi altro
Che sorprendere le facce distratte
E troppo assenti
Per capire i tuoi silenzi
C’è un mondo di intenti
Dietro gli occhi trasparenti
Che chiudi un po’
Ieri sera mi sono guardata Paycheck. Non so perché io l’abbia scaricato, visto che non ne avevo mai sentito parlare. (Ooooh no, non c’entra niente il fatto che il protagonista sia quel belliiiissimo attore che risponde al nome di Ben Affleck! )
Be, insomma, l’ho guardato. Sinceramente mi è piaciuto, molto. E’ un po’ fantascienza, un po’ avventura, un po’ così e un po’ cosà.
Praticamente è la storia di un ingegnere che lavora segretamente per varie grandi aziende. Ogni suo lavoro dura otto settimane, durante le quali si stabilisce presso l’azienda e lavora lavora lavora. Al termine delle otto settimane, la sua memoria viene cancellata, perché tutto il suo lavoro deve rimanere assolutamente segreto, appunto.
Solo che un bel giorno un suo “amico” gli propone un lavoro con un guadagno di milioni di dollari in azioni ma che dura…tre anni. Un po’ titubante, lui accetta. Poi si risveglia tre anni dopo e si accorge di varie stranezze, e così cerca di capire, con l’aiuto di indizi che lui stesso si era lasciato, cosa cappero è successo in quei tre anni.
E’ un po’ angosciante, anche. Io trovo sempre un aspetto…per così dire…moraleggiante, e questa volta c’è una cosa che riguarda il futuro. E’ una posizione di cui sono sempre stata convinta: se noi potessimo vedere il futuro, non avremmo più un futuro, perché tutti i nostri sforzi sarebbero in vista della realizzazione di ciò che abbiamo visto, e ciò che abbiamo visto si realizzerebbe proprio per questo motivo. L’ho detto in modo un po’ contorto, in effetti…
E un’altra cosa mi angoscia di questo film. C’è un momento in cui si parla della possibile distruzione del mondo. E io non credo che, per com’è messo il mondo oggi, una distruzione totale non sia possibile. Anzi… E’ uno dei motivi per cui mi viene da usare un luogo comune come “Si stava meglio quando si stava peggio“, nel senso che…in passato si ritenevano enormemente grandi cose che potevano distruggere più uomini in una volta, e questo è crudele, ok, ma era inconcepibile poter distruggere un intero paese in una volta, e il mondo, poi…
Ok, ho detto cose un po’ confusionarie, lo ammetto. Non sapevo come spiegare!
Questo documentario mette i brividi (non per niente è della Disney). Ci sono immagini stupende, di luoghi e animali da ogni parte del globo.
E pensare che il nostro è l’unico pianeta del Sistema Solare che ha le condizioni perfette per ospitare la vita…e che vita! Chi ha creato tutto questo ha avuto una fantasia smisurata!
La cosa che mi colpisce di più è il fatto della catena, che uno mangia l’altro e così via. Sembra una cosa crudele, è una cosa crudele (un lupo che isola, rincorre e sbrana un piccolo e indifeso cucciolo di caribù!), soprattutto per noi che tendiamo sempre ad attribuire sentimenti quasi umani agli animali. Eppure è necessario. E’ la vita. Si va avanti per istinto, e per fortuna perché altrimenti gli equilibri del mondo sarebbero completamente sconvolti.
Noi non ce lo ricordiamo, ma tantiiissimo tempo fa anche noi facevamo parte di tutto questo. Ora però noi facciamo i nostri bisogni in contenitori appositi che li portano in luoghi precisi dove vengono smaltiti non so come. Ora invece di rincorrere il nostro cibo aspettiamo che siano altri a fare il lavoro sporco per poi andare a fare la spesa sotto casa, sederci comodoamente a tavola e papparci la nostra bistecca in un bel piatto di ceramica. Ora non sentiamo più così forte la lotta per la sopravvivenza: gli uomini si sono evoluti.
Ma provate ad andare da soli e senza armi nel bel mezzo della savana. Sarei stupita se un ghepardo non vi usasse da spuntino. Perché per quanto vogliamo staccarcene, per quanto ci sentiamo superiori, sta di fatto che anche noi siamo parte di questo gioco di prede e predatori.
E comunque si può dire che l’uomo è “civile” finché volete, ma è la specie umana, così debole per natura e così poco numerosa, che sta distruggendo il pianeta intero. Facciamoci qualche domanda.
Ok, ora basta. La natura è…mozzafiato. Perfino per me. E’ qualcosa di…troppo grande per riuscire ad abbracciarla tutta con la mente.
PS: Appena posso mi guardo il making of. Sono proprio curiosa! Dev’essere stato un lavoraccio… E’ fatto molto bene!
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